Piero Marrazzo si è dimesso: "Basta con la politica"
Il peccato di pantalone
Dice Umberto Bossi: “Dalle nostre parti si chiama peccato di pantalone. Poca roba”. Il riferimento è al governatore Marrazzo e alle sue scappatelle con i transessuali di via Gradoli. Un adagio meraviglioso, eufonico, ritmico, icastico, saggio, ipercattolico. Quel “poca roba”, coda rauca di un brocardo di saggezza popolare lombarda, dice tutto. Ne avevamo accennato ieri, ma vale la pena di tornarci su. Leggi La sinistra è sempre avanti, non soltanto nelle voluttà di Annalena Benini - Leggi Ora non si può nemmeno fare l’amore in pace con un trans - Leggi Post Marrazzo: il Cav. è buono e bravo, gli altri cattivi e maldestri

Quando invece si presuma di fare a meno del peccato, originale e particolare, universale e personale, e della riserva di sapienza che il rispetto della parola e della cosa implica per l’uomo occidentale, allora sono guai, e si affonda nel grottesco del caso Marrazzo. E nel supergrottesco della stagione della prurigine parapuritana incongruamente inaugurata da Repubblica con la campagna nata dal divorzio in casa Berlusconi. Demenziale. Ammetterete che è strano, paradossale, o forse addirittura senza senso, folle, incomprensibile. Da otto, nove mesi siamo appenati da una malmostosa e cupa campagna sessuofobica, che ha stretto le sue maglie sull’insieme della stampa internazionale, penetrando con mille sotterfugi conformisti nell’ideologia contemporanea a diverse latitudini. E si trattava di inviti a cena, filmini, gite in villa, balli di debuttanti, serenate, giostre, gelati, pizze e un po’ di sesso comune con belle bionde in un clima di forte apprezzamento, anche politico, delle ragazze avvenenti e capaci da spingere in vetrina e nelle stanze della comunicazione e impresa politica.
Ora poi, mentre il bersaglio della prima campagna bene o male, più maldestramente che bene, ha però resistito, e adesso si rivaluta con gli interessi la delicatezza delle sue feste private, assistiamo alla caduta degli Dei falsi e bugiardi nel caso del peccato di pantalone del governatore. Bimbe in lacrime, mogli che scappano, e un’aura fosca di senso di colpa, di peccato irredimibile, di finis humanitatis per del sesso molto mercenario, molto losco, molto male appartato, molto ricattato con dozzine di trans, per degli autentici festini. Quello che per noi devoti e un po’ bigotti e popolareschi è “poca roba” è diventato invece un tormentoso romanzo dostoevskiano o uno psicodramma mentale e spirituale per i combattenti della pillola, del profilattico, della pillola del giorno dopo, della Ru486, dell’aborto per le adolescenti, della inseminazione assistita anche eterologa, del matrimonio tra maschietti e femminucce e altri mille zapaterismi. Ma siete impazziti? Ma non vi conviene recuperare il senso del peccato, riabilitare il senso comune, e poi darvi, a scelta, al matrimonio o alla pazza gioia?
Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.
